Noi che dilatiamo il nostro petto
così incautamente, sciocchi,
confusi da clacson e nicotina.
Strilliamo il nostro affanno
a qualche vetro chiuso, a un’ombra
che non ha mai sputato sangue al tuono,
alla notte, all’oceano.
Noi che sogniamo soltanto
di diventare migliori
sbagliando i modi,
girando in tondo per trovare forse
la nostra ragione.
Basterebbe partecipare al funerale
del nostro strepitio,
basterebbe affacciarci alla finestra,
innamorarci di un’amarillide rossa,
ma richiede molta luce
e premure morbide.
Che resti almeno un nome
per le ore solitarie, prima di volare via.







